LA FESTA
di >
spiro scimone
con >
francesco sframeli > spiro scimone > gianluca cesale
regia>
gianfelice imparato
scena e costumi >
sergio tramonti
musiche >
patrizio trampetti
regista assistente >
leonardo pischedda
direttore tecnico >
santo pinizzotto
amministrazione >
giovanni scimone
organizzazione >
cadmo associazione - roma
produzione > compagnia scimone sframeli
in collaborazione con
> fondazione orestiadi gibellina
La festa è un testo scritto con dialoghi brevissimi, fatti di
battute di poche parole, spesso una sola. Con un uso molto
musicale della frase, su un ritmo sincopato che mette in
evidenza le frequenti ripetizioni e variazioni di un medesimo
tema.
Ma ripetizioni e variazioni portano anche a esplorare tutte le
possibilità offerte dalle parole, la loro necessità. Sono le
armi affilate da una lunga esperienza con cui si confrontano i
tre personaggi in un continuo rinfacciarsi episodi distorti e un
passato forse inventato.
Sono un padre, una madre e un figlio, rinchiusi nello spazio
geometrico di un’astratta cucina, il chiuso contenitore di quel
microcosmo familiare che dialogano per domande e risposte. Com’è
il tempo? Vuoi il latte? Hai messo lo zucchero? E’ calda
l’acqua? Come formule di un rito che si ripete uguale da un
lungo tempo. Banalmente uguale.
La festa del titolo celebra un anniversario, i trent’anni di
matrimonio della coppia. E fondamentale è l’aspetto del gioco,
cioè proprio del recitare. Ciascuno dei tre personaggi recita
infatti la propria parte. La madre assillante che accentua il
suo ruolo di vittima. Il padre che fa la voce grossa per
mascherare la propria debolezza e dipendenza. Il figlio
protervo, che se ne sta accucciato a muso duro, è diventato lui
il vero padrone di casa, anche perché è lui che mette i soldi,
oscuramente guadagnati.
Il gioco è teso, crudele, apparentemente devastante. Con una
continua nota di comicità. La madre rinfaccia. Il padre fa il
gesto di uno schiaffo che è incapace di dare. Il figlio, cosa fa
il figlio? Il figlio non fa niente, se ne sta in silenzio e
quando è stanco di domande esce fuori. Ma c’è un limite nel
gioco oltre cui non può andare. La necessità di non arrivare
alla rottura, perché il giorno dopo si possa riprendere da capo,
con le stesse parole. Con lo stesso rito.
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